Chi abita vicino ad un fast food aumenta il rischio per il cuore

Lo dice una ricerca apparsa su European Journal of Preventive Cardiology. E un altro studio rivela come il digiuno del Ramadan sia salutare per chi soffre di scompenso cardiaco.

Chi abita vicino ad un fast food aumenta il rischio per il cuore

Se avete in mente di cambiare casa e volete preservare il vostro cuore, controllate gli esercizi commerciali vicini. Se la nuova abitazione si trova in una zona con molti fast-food, il rischio cardiovascolare potrebbe salire. E’ la curiosa conclusione, che ovviamente non si basa su una chiara correlazione causa-effetto ma solamente su informazioni “geografiche”, di un grande studio condotto da Maartije Poelman dell’Università di Utrecht e pubblicato su European Journal of Preventive Cardiology. La ricerca ha valutato proprio l’eventuale esistenza di un rapporto tra strutture di fast food e le malattie cardiovascolari. Nell’indagine, svolta nel 2009, e sono stati considerati quasi due milioni e pezzo di persone di età superiore ai 35 anni, che non avevano avuto problemi al cuore o alle arterie. Tutte le persone sono state seguite per un anno dopo il reclutamento considerando la vicinanza della loro abitazione con i centri in cui erano presenti fast-food, rispettivamente a distanza di mezzo chilometro, uno e tre chilometri. Andando ad osservare i dati si è visto che l’incidenza di malattie cardiovascolari, ed in particolare di patologie coronariche, risultava più elevata in chi viveva entro i 500 metri da uno o più fast-food, con un 13 per cento di rischio in più tra chi aveva almeno due fast-food entro questa distanza rispetto a chi non ne aveva. Ma anche il numero di questi negozi sembra avere un impatto, con un incremento del rischio per chi abitava entro un chilometro da due o più fast-food, in confronto a chi invece non ne aveva nessuno nelle vicinanze. Secondo Poelman, “lo studio suggerisce che i residenti che vivono in città e hanno a meno di un chilometro da casa uno o più fast-food mangino più spesso alimenti di questo tipo, che potrebbero aumentare il rischio di malattie coronariche. Nella prossima serie di studi esamineremo meglio questa teoria”. Certo è che l’attenzione all’ambiente e agli stimoli esterni che possono influire sulla salute appare sempre più importante. Lo stesso Poelman segnala come “il sindaco di Londra, per esempio, ha proposto di vietare i nuovi take-away di alimenti da fast-food intorno alle scuole”.

Mentre in Europa si presta un’attenzione sempre maggiore all’effetto dell’alimentazione sulle malattie cardiovascolari e alla gestione “politica” per migliorare l’esposizione ai fattori di rischio, dall’Arabia Saudita arriva una ricerca che correla il digiuno tipico del periodo del Ramadan con i rischi per chi soffre di scompenso cardiaco. All’Annual Conference of the Saudi Heart Association, tenutasi a Riyadh, è stato infatti presentato uno studio che dimostra come non esista un impatto negativo del digiuno tipico della religione musulmana con la malattia cardiaca.  La ricerca ha preso in esame 249 pazienti ambulatoriali che avevano previsto di sottoporsi al digiuno nel periodo del Ramadan: il 91 per cento di loro è riuscito effettivamente a digiunare secondo i dettami religiosi. Di questi il 92 per cento non ha avuto mutamento nei sintomi dello scompenso, contro solo l’8 per cento che invece ha rilevato un peggioramento. Non ci sono stati particolari variazioni in termini di ricoveri ospedalieri o accessi al pronto soccorso nel periodo considerato. Chi aveva avuto un peggioramento, peraltro, tendeva ad assumere i farmaci con minor attenzione rispetto a coloro che invece hanno mantenuto una sintomatologia stabile o addirittura migliorata nel periodo di osservazione. (F.M.)