Come comportarsi dopo un infarto?

Indagine internazionale sostenuta da Amgen svela le abitudini di chi ha avuto un attacco cardiaco. Per il malato non c’è chiarezza sulle cose da fare

​Come comportarsi dopo un infarto?

Domani è la Giornata Mondiale del Cuore. E l’infarto è il nemico primo di questo muscolo “intelligente” che si contrae da solo senza che siamo costretti a controllarlo. Ma quando compare questa lesione, che deve essere affrontata al più presto, siamo poi in grado di conoscere quali misure è giusto prendere nella fase di recupero? E’ questa, a grandi linee, la domanda cui ha cercato di rispondere un’indagine internazionale, condotta su oltre 3.200 pazienti in 13 paesi tra cui figurano, oltre all’Italia, Stati Uniti, Messico, Brasile, Canada, Regno Unito, Francia, Germania, Spagna, Paesi Bassi, Cina, Corea del Sud e Giappone. Sono stati presi in considerazione soggetti con almeno 40 anni ed i risultati sono sicuramente interessanti sotto l’aspetto conoscitivo, perché mostrano una certa “confusione” sui comportamenti da tenere. Ad esempio, in Italia il 38 per cento di coloro che hanno avuto un infarto non ha ancora acquisito consapevolezza della propria condizione come cronica e da gestire nel lungo termine. Nonostante ciò, 4 pazienti su 10 indicano la malattia cardiovascolare come la minaccia sanitaria più seria e mostrano la preoccupazione che possa compromettere la loro salute futura. Capitolo colesterolo “cattivo:”  in Italia il 93 del campione afferma di comprendere che il colesterolo alto è uno dei più importanti fattori di rischio per l'infarto. ma poco meno del 30 per cento non lo monitora come dovrebbe a seguito dell’evento cardiaco quasi come se l’elevato valore delle LDL non fosse importante. Ancora: rimane una certa barriera al trattamento farmacologico: più del 90 per cento del campione è consapevole che stile di vita e terapie farmacologiche possono abbassare il colesterolo LDL elevato, ma il 62 per cento dei pazienti non considera lo considera una condizione cronica che richiede un trattamento a lungo termine.

Più attenzione all’informazione

“I dati dell’indagine evidenziano che si deve investire ancora nell’informazione al paziente sul ruolo del colesterolo cattivo LDL – spiega Alberto Zambon, Associato di Medicina Interna dell’Università di Padova. Le recenti indicazioni delle nuove linee guida 2019 sulle dislipidemie presentate dalla European Society of Cardiology (ESC) e dalla European Atherosclerosis Society (EAS) hanno rivisto al ribasso i livelli di LDL raccomandati: <55 mg/dl per i pazienti rientranti nella definizione “a rischio molto alto” e  <70 mg/dl per pazienti “a rischio alto. Queste nuove indicazioni sono una conferma di quanto il colesterolo (C-LDL) sia ad oggi uno dei fattori di rischio più importanti da tenere monitorato e di come sia necessario fare comprendere ai pazienti che l’ipercolesterolemia è una malattia cronica e come tale deve essere trattata con terapie specifiche, efficaci e a lungo termine”. L’obiettivo, insomma, quando ci si trova di fronte al rischio di un secondo attacco cardiaco è ridurre drasticamente i valori di LDL per giungere ai livelli proposti.  “Un paziente che ha avuto un infarto è un paziente che rimane a rischio elevato e continuo di incorrere in episodi futuri. –  ricorda Pasquale Perrone Filardi, professore Ordinario di Cardiologia e Direttore della Scuola di specializzazione delle Malattie dell’Apparato Cardiovascolare Federico II, Università di Napoli. – È proprio nel paziente che ha avuto un infarto che il trattamento dei fattori di rischio deve essere più aggressivo e duraturo nel tempo, perché si parte da un rischio che è più del doppio rispetto a un paziente che non ha mai avuto un evento cardiovascolare. Dal momento che la comunità scientifica riconosce al colesterolo cattivo LDL il ruolo principale tra i fattori di rischio modificabili, il controllo dell’ipercolesterolemia è fondamentale. Questo obiettivo, oggi reso ancora più stringente dalle nuove linee guida internazionali, non è raggiunto sempre in modo ottimale. Diventa importante verificare costantemente i parametri e intervenire sulla terapia nei casi in cui non si dimostri efficace. Attualmente accanto alle opzioni terapeutiche di primo livello (statine) somministrate singolarmente o in associazione con farmaci inibitori dell’assorbimento (ezetimibe), è possibile ricorrere ai farmaci biologici. Gli anticorpi monoclonali (Inibitori di PCSK9) in aggiunta alla terapia base si sono mostrati efficaci nel mantenere il colesterolo al di sotto della soglia di rischio.”