Ecco come il colesterolo “cattivo” entra nella parete delle arterie

I segreti delle prime fasi dell’aterosclerosi svelati in una ricerca americana. Si apre la strada ad una terapia genica che blocchi l’entrata del colesterolo LDL all’interno delle pareti arteriose

Ecco come il colesterolo “cattivo” entra nella parete delle arterie

Che il colesterolo LDL, quello che si lega alle proteine a bassa densità, sia un fattore di rischio per l’insorgenza di malattie cardiovascolari si sa da tempo. Quello che non si conosceva, però era il meccanismo attraverso il quale queste particelle di grasso, trasportate dalle proteine “cattive”, riescono ad entrare all’interno dell’endotelio arterioso (lo strato più interno della parete arteriosa) contribuendo alla formazione della classica placca dell’aterosclerosi. La ricerca, per fortuna, ha ora chiarito questo tassello nel mosaico delle conoscenze, con una scoperta che apre la strada anche a possibili trattamenti futuri legati alla terapia genica. A svelare i segreti più intimi del colesterolo LDL e della sua attività sulle arterie è uno studio coordinato da Philip Shaul, dell’Università Northwestern, pubblicato online su Nature. In pratica la ricerca rivela per la prima volta come una specifica proteina chiamata SR-B1 (la sigla sta per Scavenger – ovvero spazzino - Receptor B1) sia in grado di “raccattare” le particelle di colesterolo LDL che circolano nel sangue e di favorirne l’entrata nello strato più intimo della parete arteriosa attraverso le cellule dell’endotelio. Non basta questo però. Occorre un’altra proteina, chiamata DOCK4, che collabora con la SR-B1 perché il processo si compia. Insomma: il processo di formazione e sviluppo della placca aterosclerotica è forse più complesso di quanto si pensava e il ruolo di queste proteine sarà importante per svelarne i segreti più intimi. Non ci si può limitare solamente all’azione dei macrofagi, particolari globuli bianchi, che quando il colesterolo LDL entra nella parete del vaso lo inglobano, promuovendo l’infiammazione e quindi favorendo la formazione stessa della placca. Ci sono meccanismi più complessi che possono spiegare l’insorgenza della lesione aterosclerotica e la possibile instabilità della stessa con la sua rottura, fattori che possono portare all’insorgenza di infarto o ictus.

Il futuro nella terapia genica?

I ricercatori americani, una volta spiegato il ruolo delle due proteine e riprodotto quanto avviene in caso di instabilità della lesione negli animali, hanno provato a valutare quale effetto poteva avere l’eliminazione dell’effetto della SR-B1 dalle cellule dell’endotelio della parete arteriosa. Stando all’indagine, questo meccanismo porterebbe ad un calo dell’accesso del colesterolo LDL all’interno della parete arteriosa e quindi ad una minor reazione cellulare e ad una diminuzione delle dimensioni della placca aterosclerotica. Non solo: gli scienziati americani, sempre nei topi, anno valutato cosa accade quando sono presenti in quantità significative le due proteine “apripista” per il colesterolo LDL, SR-B1 e DOCK4, nella zona dell’aorta. E sono arrivati a ipotizzare che le lesioni aterosclerotiche tenderebbero a concentrarsi proprio nelle aree in cui le due proteine sono presenti. Ora si tratta di passare all’uomo, per capire come influire su questo meccanismo che potrebbe rappresentare un nuovo obiettivo terapeutico, anche perché stando all’analisi effettuata dagli stessi scienziati su banche dati umane di arterie normali ed aterosclerotiche, si è confermato che SR-B1 e DOCK4 risultavano più abbondanti nelle arterie che sviluppavano il processo patologico rispetto a quelle sane. Da queste osservazioni, in ogni caso, nascono diverse ipotesi di lavoro per il futuro. Secondo lo stesso Shaul si potrebbe ipotizzare di realizzare un farmaco specifico espressamente mirato ad inibire una delle due proteine che favoriscono l’entrata del colesterolo LDL nella parete arteriosa oppure sviluppare una terapia genica mirata. In entrambi i casi, insomma, si aprono nuove strade per combattere il “nemico” colesterolo, specie per quelle persone che non riescono a raggiungere livelli di colesterolo desiderati e sono ad alto rischio.

 

(FM)