Dopo l’infarto, movimento regolare e colesterolo sotto controllo

L’attività fisica regolare allunga la vita, ma agisce poco sul colesterolo cattivo: fondamentale arrivare a 70 milligrammi per decilitro e ridurre i rischi, anche grazie ai farmaci di ultima generazione

Dopo l’infarto, movimento regolare e colesterolo sotto controllo

L’infarto non deve portare alla sedentarietà. Occorrono un percorso di cardiologia riabilitativa, il monitoraggio degli specialisti e poi bisogna arrivare ad un’attività fisica regolare, prevalentemente scegliendo sforzi di tipo aerobico ma senza dimenticare che, quando il cardiologo lo ritiene, si può anche riprendere a giocare a tennis e a fare canottaggio. Ma senza sperare che con l’attività fisica si possa arrivare all’obiettivo di ridurre il colesterolo “cattivo” o LDL, sotto ai 70 milligrammi per decilitro, soglia consigliata nella prevenzione secondaria. In questo senso i farmaci sono fondamentali e quando statine ad alta efficacia eventualmente associate ad ezetimibe non bastano bisogna puntare sugli inibitori del inibitori di PCSK9. “In questo senso appaiono di particolare importanza i risultati dello studio Fourier che evidenziano come, in pazienti con malattia cardiovascolare aterosclerotica accertata (non solo coronarica), una riduzione intensiva del colesterolo con l’impiego di evolocumab (uno di questi anticorpi monoclonali), abbia prodotto un calo della morbilità cardiovascolare, in particolare del 27 per cento sull’infarto del miocardio e del 21 per cento sull’ictus – spiega Maurizio Averna, ordinario di medicina interna presso il Dipartimento Biomedico di Medicina Interna e Specialistica dell’Università di Palermo”.

Il valore dell’attività fisica “su misura”

A ribadire quanto l’attività fisica sia efficace e consenta di migliorare i profili di alcuni fattori di rischio, come ad esempio l’ipertensione o il diabete, è uno studio presentato in occasione dell’edizione 2018 di EuroPrevent, congresso della European Society of Cardiology (ESC). La ricerca, condotta in Svezia sulla scorta delle osservazioni riferite dai pazienti, ha evidenziato come aumentare o mantenere costanti i livelli di allenamento nel corso dell'anno successivo a un attacco di cuore, porti al 50 per cento in più di probabilità di sopravvivenza a 4 anni rispetto a chi non pratica attività fisica. “Lo studio, presentato dalla Swedish School of Sport and Health Sciences di Stoccolma e del Centre for Health and Performance della Goteborg University,  conferma l’importanza per i pazienti di mantenere una vita attiva ed è perfettamente in linea con altre ricerche già condotte– precisa Averna. Il dato più significativo a mio parere è che i vantaggi in termini di sopravvivenza a distanza sono legati alla quantità e alla regolarità dell’attività fisica: le persone che dopo un infarto hanno svolto sforzi moderati o intensi hanno mostrato una riduzione della mortalità maggiore. Allo stesso modo è importante avere regolarità: la situazione appare migliore quando l’attività fisica di diluisce in almeno tre giorni la settimana e i vantaggi crescono quanto più si pratica ogni giorno”.

Attenzione agli sforzi eccessivi

Gli esperti, pur raccomandando il momento e la lotta alla sedentarietà, ricordano come ogni persona debba “costruire” il suo percorso insieme al medico e dopo un sufficiente periodo di cardiologia riabilitativa. “In pratica dopo un infarto ci sono sei settimane di riabilitazione mirata, poi si può partire autonomamente ma sempre sotto consiglio del medico – segnala l’esperto. E’ importante però fare una distinzione tra chi ha una storia da sportivo, per cui sarà necessario rivalutare il piano di allenamento già esistente, e chi inizia dopo l’evento cardiaco a fare sport per cui è indispensabile un’attività graduale e mai eccessiva. In tutti i casi la ripresa dell’attività fisica deve avvenire in integrazione con il percorso riabilitativo e sotto il controllo medico”. L’ideale, va ricordato è sempre l’attività aerobica, come passeggiate a passo svelto, corsa lenta o piscina. Ma non bisogna dimenticare che possono essere indicate anche altre discipline, se il medico è d’accordo. “Esistono ancora dubbi sugli sport che richiedono sforzi intensi e brevi e sono quindi anaerobici – è il parere di Averna. Ma non bisogna dimenticare che anche tennis, escursionismo e canottaggio possono avere significato, nei giovani sportivi che hanno avuto un infarto, se il medico lo ritiene. Addirittura ci sono studi che dimostrano come nei diabetici il body-building può migliorare il metabolismo glucidico”.

Per il colesterolo, l’importante è arrivare all’obiettivo

L’attività fisica regolare può essere sicuramente d’aiuto per contrastare alcuni fattori di rischio cardiovascolare ma purtroppo può poco sui valori del colesterolo LLD; che rappresenta una vera minaccia per il rischio di nuovi episodi come infarti o ictus. “L’effetto del movimento su questo parametro è marginale, soprattutto considerando la complessità dell’obiettivo che dobbiamo raggiungere – conclude Averna. In prevenzione secondaria il colesterolo LDL dovrebbe mantenersi sotto i 70 milligrammi per decilitro e quindi non possiamo fare a meno dei farmaci. L’approccio prevede l’impiego di statine ad alta efficacia eventualmente associate ad ezetimibe, che inibisce l’assorbimento del colesterolo ed ha quindi un’azione sinergica con le statine stesse. Quando queste misura non bastano si deve puntare sui farmaci innovativi, ovvero gli anticorpi monoclonali ant-PCSK9. In ogni caso controllare i livelli di colesterolo LDL dopo la risoluzione dell’evento acuto è fondamentale. Recenti studi dimostrano che l’esposizione prolungata a bassi livelli di C-LDL determina una riduzione continua, dose-dipendente e lineare del rischio di eventi cardiovascolari”.

 

(FM)