Covid-19, l’ipertensione raddoppia il rischio di morte

Dati dalla Cina confermano il pericolo della pressione alta. Per tutti, meglio tenere i valori sotto controllo e seguire le cure

Covid-19, l’ipertensione raddoppia il rischio di morte

Che le malattie cardiovascolari rappresentino un elemento da osservare con attenzione nelle persone che sviluppano l’infezione da Sars-CoV-2, Covid-19, è ormai risaputo. Ma ora uno studio realizzato in collaborazione tra Cina ed Irlanda dimostra chiaramente come essere ipertesi e non tenere sotto controllo i valori pressori sia davvero pericoloso se si contrae l’infezione, tanto che i pazienti con pressione elevata vedrebbero raddoppiare il rischio di morte in seguito a Covid-19 rispetto a chi presenta questa condizione. La ricerca, coordinata da Fei Li e Ling Tao dell'ospedale di Xijing, è stata pubblicata su European Heart Journal ed ha preso in esame le informazioni relative a poco meno di 3000 soggetti ipertesi ricoverati per l’infezione tra febbraio e marzo del 2020. Poco meno di tre persone su dieci, tra quelle ricoverate, era anche ipertesa. Analizzando tutti i dati, e dopo aver tolto il peso di fattori che eventualmente potevano influire sull’esito della valutazione come peso, età ed altri elementi di rischio cardiovascolare, si è visto che è deceduto il 4 per cento di soggetti ipertesi, contro l’1,1 per cento osservato tra quelli che non presentavano valori pressori elevati. Andando ancora più a fondo nelle informazioni, si è visto che il trattamento antipertensivo rappresenta comunque una barriera per chi ha la pressione alta. Infatti, tra i soggetti ipertesi non trattati farmacologicamente il tasso di mortalità è risultato pari a 7,9 per cento, in confronto al 3,2 per cento osservato in chi assumeva regolarmente le cure. Di conseguenza, il rischio di morte è maggiore nei non trattati di 2,17 volte.

Importante aderire ai trattamenti

Secondo gli esperti che hanno condotto lo studio, a questo punto, appare fondamentale che le persone ipertese si curino a dovere e raggiungano gli obiettivi pressori indicati dal medico. Sicuramente su questo fronte sono state particolarmente “temibili” le prime informazioni, poi smentite da tutte le società scientifiche, di un possibile rischio aumentato nei pazienti che assumevano farmaci delle classi degli Ace-inibitori e dei sartani. Pur se il dato cinese va confermato, insomma, ciò che conta è controllare adeguatamente i livelli pressori, anche seguendo regolarmente le terapie indicate. Purtroppo questo non avviene sempre, anzi l’aderenza alle cure per l’ipertensione rappresenta una delle grandi “sfide” della moderna cardiologia. Stando ai dati del Comitato Italiano per l’Aderenza alla Terapia (CIAT), in Italia, solo il 57,7 per cento dei pazienti aderisce ai trattamenti antipertensivi, il 63,4 per cento alle terapie ipoglicemizzanti per la cura del diabete, circa uno su quattro alle cure antidepressive e si arriva addirittura sotto  il 20 per cento ai trattamenti con i farmaci per le sindromi ostruttive delle vie respiratorie. La non aderenza alla terapia, soprattutto con riferimento a condizioni asintomatiche come l’ipertensione o l’ipercolesterolemia si traduce in un maggiore rischio di complicanze e peggioramento della patologia che aumenta la probabilità di accesso ai servizi di emergenza e ospedalieri e potrebbe anche portare ad un aumento della probabilità di decesso.

 

(FM)