Non solo farmaci per combattere l’ipertensione

I limiti stringenti delle nuove linee guida scientifiche “condannano” alle pillole per la pressione alta centinaia di milioni di persone. Ma a volte basta un pizzico di attenzione in più alle cattive abitudini per controllare i valori pressori.

Non solo farmaci per combattere l’ipertensione

130 di massima. 80 di minima. Al di sopra di questi valori di pressione, occorre prendere le necessarie contromisure. E’ una vera e propria chiamata alle armi per i medici quella dell’American College of Cardiology e dell’American Heart Association, che  nelle ultime linee guida indicano per gli adulti livelli pressori accettabili estremamente stringenti per cominciare a parlare di trattamento. D’altro canto, sulla stessa linea si è mossa anche la controparte del vecchio continente, la Società Europea dell’Ipertensione (ESC), che prima dei 65 anni propone proprio i 130 millimetri di mercurio come valore massimo accettabile per la pressione sistolica. E’ vero che l’ipertensione è un formidabile fattore di rischio per l’infarto, l’ictus e i problemi renali, ma non è che con queste soglie e senza la necessaria attenzione agli stili di vita rischiamo di trattare per decenni milioni di persone in tutto il mondo?

E’ questa la domanda che si pone Fiona Godlee, direttore del British Medical Journal, nel commentare i diversi studi scientifici che provano a valutare l’impatto economico e sociale delle terapie farmacologiche nelle malattie croniche, con le compresse che diventano un utile escamotage per evitare di controllare il peso corporeo, fare la necessaria attività fisica, limitare gli alimenti eccessivamente grassi, smettere di fumare e tutte le altre buone abitudini che probabilmente ridurrebbero il ricorso ai farmaci.

Per l’ipertensione, i numeri fanno paura.

 “Se si adottassero le nuove line guida americane più della metà degli adulti over-45 verrà catalogata come ipertesa – ricorda la Godlee”. Una persona su due, insomma, sarebbe destinata nei prossimi anni ad avere la pressione alta e probabilmente a entrare nel lungo percorso delle terapie farmacologiche. A ipotizzare un futuro di farmaco-dipendenti che spesso non provano nemmeno a modificare le cattive abitudini ma si affidano ciecamente alla protezione del farmaco è una ricerca condotta all’Università di Yale che appare sullo stesso numero del British Medical Journal.  In sintesi, ponendo come guida per l’eventuale approccio terapeutico le soglie di 130 millimetri di mercurio per la sistolica e 80 per la diastolica, in teoria per 70 milioni di persone negli USA e ben 267 in Cina potrebbe essere indicata la farmacoterapia per tenere I valori pressori sotto controllo. Come se non bastasse, la ricerca calcola anche che dovrebbero essere circa 7,5 milioni negli USA e 55 in Cina gli individui che andrebbero a iniziare un trattamento antipertensivo. Ancora: 14 milioni di soggetti negli USA e 30 milioni in Cina, probabilmente, si sentiranno proporre dal medico un’ulteriore terapia rispetto a quella in corso, che non è in grado di controllare la pressione. Caustica e al contempo preoccupata è la domanda che la Godlee si fa di fronte a questa situazione: “L’evidenza degli studi clinici indica alcuni benefici dai farmaci in termini di riduzione del rischio di ictus e malattie cardiovascolari, ma è davvero una medicalizzazione di massa quello che vogliamo?”

Ciò che più conta, si legge nell’editoriale, è ricordare che questa situazione va moltiplicata per una serie di condizioni che, alla fine rischiano di coinvolgere tutti noi. Perché l’ipertensione, pur essendo estremamente diffusa, è solo una delle tante teste di questa “Idra” che rischia di travolgere i sistemi sanitari di tutto il mondo. La Godlee ricorda in questo senso il peso del diabete di tipo 2, che pur essendo progressivo potrebbe essere contrastato fin dall’inizio riducendo il peso corporeo, e della steatosi epatica non alcolica (nota anche con la sigla inglese NAFLD), che si pensa interessi oltre un adulto su quattro e addirittura più del 90 per cento delle persone con diabete di tipo 2 o obesità. Per questo quadro specifico di degenerazione del fegato non ci sono farmaci approvati, pur se circa un centinaio di nuovi medicinali sono in studio per contrastare la situazione che può essere combattuta semplicemente con un’alimentazione attenta e l’esercizio fisico regolare. Le previsioni di mercato stimano per la steatosi epatica non alcolica un mercato per i farmaci del valore di 1,6 miliari di dollari.

Insomma: i farmaci sono utili e riducono i rischi legati alle cronicità. Ma, come scrive la Godlee, “le compresse non possono essere la risposta alle malattie causate da una vita poco sana”. Piuttosto che medicalizzare quasi tutta la popolazione adulta, quindi, sarebbe consigliabile investire più risorse nell’educazione per cambiare gli stili di vita, in salute pubblica e in prevenzione.

 

(FM)